Roberto Ariotti, presidente Assofond

La maggior parte delle fonderie italiane, in prevalenza PMI, sono localizzate in Nord Italia, l’area più colpita dalla pandemia. La ripartenza avrà bisogno di coraggiose scelte di politica industriale con investimenti in innovazione e sostenibilità ambientale

Per quanto sia ancora presto tracciare delle valutazioni consolidate, non è difficile dire che quanto sta accadendo segnerà una svolta epocale nella storia dell’economia e dell’industria di tutta Europa. L’Italia, già prima dell’emergenza, manifestava sintomi di rallentamento, dovuti prevalentemente a cause strutturali e a iniziative, da parte del governo, poco orientate agli investimenti. Il Covid-19 è stata una sberla dal peso doppio rispetto a quella ricevuta dai nostri partner Ue. Il blocco totale della produzione dovrà essere recuperato. Dovremo metter mano all’intero mercato. Riavviare le macchine richiederà uno sforzo senza precedenti, che tutti noi dovremo compiere sul piano delle relazioni industriali, dei contratti con i nostri fornitori, come pure con i clienti.

Quali sono le possibili conseguenze generali per l’economia nazionale e globale?

E’ indubbio che le conseguenze saranno molto importanti. Le stime parlano di un calo del PIL mondiale del 3%, con l’Italia fra i Paesi più colpiti. Saranno moltissimi i settori che troveranno non poche difficoltà a riprendersi, e che dovranno rivedere i propri piani a lungo termine. Un esempio tra tutti l’automotive: settore determinante per le fonderie, che prima era in affanno, mentre ora è collassato del tutto. Ibrido, automazione, car sharing erano le parole chiave della mobilità pre Covid-19. Concetti che oggi appaiono come surreali. Cosa succederà dopo? Continueremo a parlare (e quindi a produrre) di auto come appena due mesi fa? Io credo che si dovrà tener conto di quello che sta succedendo anche in termini industriali, per rispondere a nuove esigenze e abitudini acquisite dai consumatori.

Come ha reagito il sistema industriale dell’alluminio, nei vari segmenti, all’emergenza Covid-19?

La maggior parte delle fonderie italiane ha interrotto le proprie attività in seguito al DPCM 22 marzo. Altre, in quanto rientranti nelle filiere strategiche, hanno proseguito la loro produzione, sia pur a ritmo ridotto. Il tutto è stato fatto avendo ben chiara la nostra priorità: safety first! Molte delle nostre imprese, compresa la mia, sono localizzate nelle regioni del Nord Italia, quelle più colpite dalla pandemia. Si tratta soprattutto di Pmi, in cui gli imprenditori conoscono uno per uno i propri collaboratori e le loro famiglie. È una vicinanza che ci ha messo nelle condizioni di dialogare in maniera diretta e costruttiva con i dipendenti e i loro rappresentanti e di individuare soluzioni condivise a garanzia della salute di tutto il personale. Oggi siamo pronti alla ripartenza e consapevoli di poter garantire tutte le misure di sicurezza necessarie a proteggere i nostri collaboratori

Come vede il futuro del settore della fonderia a livello locale e globale?

Il presidente designato di Confindustria, Carlo Bonomi, dice che per la ripartenza “ci sarà bisogno di tutti. Per prima cosa delle imprese”. Concordo con lui. Tuttavia, mi permetto di aggiungere che sarà immediatamente necessario anche un cambio di passo da parte della politica. Quel clima antindustriale e di intervento statale non finalizzato alla crescita, bensì per far sopravvivere interessi particolaristi (e non produttivi) del Paese, dev’essere spazzato via. Le fonderie fanno parte del cluster produttivo della meccanica, che contribuisce a circa l’8% del Pil e impiega 1,6 milioni di persone. La seconda industria manifatturiera d’Europa non può essere abbandonata al suo destino. Se così fosse, qualcuno dovrà prendersi le proprie responsabilità. Di fronte alla storia, di fronte ai lavoratori, al momento delle prossime elezioni, ma non solo. Avremo bisogno di un governo che sappia aggredire questo disastro e trasformarlo in opportunità. Avremo bisogno di una leadership coraggiosa sul fronte degli investimenti e dell’innovazione, non divisiva in termini politici e democratici. La vita ci ha imposto un cambiamento che nessuno avrebbe potuto immaginare. Bene. Approfittiamone.

Ritiene che il concetto di“green industry” sarà premiato nei prossimi anni?

L’attenzione alle tematiche della sostenibilità non può certo venire meno, anzi sarà un driver centrale per la ripartenza. Questo sconvolgimento ha reso ancora più evidente la fragilità del nostro pianeta, della nostra società, della nostra stessa specie: dovremo tenerlo in considerazione nel progettare il mondo di domani, e noi – mi permetta di dirlo – lo stiamo facendo da tempo: tutto il settore ha efficientato notevolmente i processi produttivi, che sono i più eco-compatibili almondo e che rendono già oggi l’Italia uno dei Paesi dove fare fonderia significa farlo con la massima efficienza energetica, ambientale e anche economica.
È altrettanto evidente, però, che pur continuando a considerare prioritaria la transizione all’economia green e circolare, certe scadenze e certi passaggi fissati prima della pandemia andrebbero a mio modo di vedere riconsiderati nelle tempistiche e nelle modalità. Torno all’esempio dell’automotive fatto prima: la transizione alla mobilità green, avviata in fretta e furia con rischi non indifferenti per la sopravvivenza dell’industria automobilistica europea, dovrebbe con questa occasione venire ripensata. Attenzione, dico ripensata, non abbandonata, anzi: ripianificata con attenzione – anche attraverso incentivi agli investimenti in R&D delle imprese – per conciliare le esigenze di ripresa immediata che la manifattura ha in questo momento con le altrettanto giuste esigenze di riduzione delle emissioni.

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