Le caratteristiche del downstream nell’industria dell’alluminio nell’UE

Una panoramica dell’industria dell’alluminio nell’Unione Europea, con un focus sui segmenti delle lavorazioni a valle

di Mario Conserva (President METEF), Cesare Pozzi e Ernesto Cassetta (Gruppo di Ricerche Industriali e Finanziarie GRIF “Fabio Gobbo”, LUISS Guido Carli University, Rome)

L’industria dell’alluminio è essenziale per le economie dei Paesi moderni e fornisce una gamma di prodotti altamente differenziati, dai semilavorati intermedi necessari per molte industrie ad alta tecnologia a particolari e componenti per le applicazioni finali. La struttura di questa industria all’interno dell’Unione Europea (UE) è cambiata in modo significativo negli ultimi anni, e sin dal 2008, la Commissione Europea ha dimostrato una crescente attenzione per l’industria dell’alluminio (e di altri metalli non ferrosi, come il rame e lo zinco), risvegliando l’interesse per il bisogno di misure di politica industriale per un rilancio economico europeo. Inoltre, la filiera del metallo leggero è recentemente stata al centro del dibattito internazionale sulle misure protezionistiche e sul ruolo delle politiche commerciali per trainare lo sviluppo economico. Peraltro l’attenzione della politica è stata rivolta principalmente al segmento a monte dell’industria, mentre il ruolo fondamentale dei segmenti a valle (le trasformazioni e gli impieghi finali del metallo e delle sue leghe per produrre una vasta gamma di prodotti che a loro volta sono sempre più utilizzati in molte industrie) è stato spesso trascurato. Lo scopo di questo articolo è:
fornire una prospettiva dell’industria dell’alluminio a livello globale nell’Unione Europea, concentrandosi decisamente sui segmenti del downstream;
valutare l’efficacia delle attuali politiche UE con attenzione specifica alle politiche commerciali e al loro impatto sull’industria del metallo leggero;
fornire indicazioni di politica industriale e raccomandazioni per promuovere la competitività dell’industria dell’alluminio in EU anche alla luce delle concomitanti tendenze a livello globale.

L’industria dell’alluminio nell’Unione Europea
L’industria europea dell’alluminio comprende oggi oltre un migliaio d’imprese attive nella produzione primaria e secondaria del metallo e nella sua trasformazione in un’ampia gamma di semilavorati. L’Associazione europea dell’alluminio EA stima il fatturato complessivo di questa industria nel vecchio continente in 39,5 miliardi di euro nel 2015 (in crescita di più del 36% nel periodo 1997-2015), con un valore aggiunto di circa 11,5 miliardi di euro nello stesso anno. L’industria UE della trasformazione del metallo e dei prodotti d’alluminio comprende oltre mille aziende con un impiego diretto di circa 230.000 dipendenti (e circa un milione di posti di lavoro nell’indotto).
Il settore è caratterizzato nell’UE da pochi stabilimenti di produzione dell’allumina e da un numero limitato di aziende globali che producono l’alluminio primario. Queste aziende sono solitamente integrate verticalmente, poiché producono anche semilavorati in alluminio. Nel settore a valle, sono inoltre presenti centinaia di piccole aziende non integrate verticalmente.
A livello globale circa il 60% del fatturato e il 66% del valore aggiunto risultano generati dai segmenti a valle della produzione di semilavorati di alluminio e il peso relativo di tali segmenti è ancora maggiore nei Paesi dell’EU se si considera che circa la metà della capacità produttiva di raffinazione dell’allumina e di produzione del metallo primario è collocata nei paesi EFTA (in particolare Norvegia e Islanda).

La produzione UE di primario e il grande deficit
Con una produzione di alluminio primario che è calata notevolmente negli anni scorsi (-30% dal 2008), la filiera UE dell’alluminio dipende in larga misura dalla produzione affidabile e competitiva del metallo all’estero (gli acquisti di alluminio grezzo incidono per non meno del 50% dei costi totali di produzione per i trasformatori downstream), oltre che dai rapporti con le principali industrie consumatrici finali (automotive, trasporti, costruzioni, etc.).
La localizzazione della produzione primaria di alluminio grezzo è profondamente mutata a livello mondiale negli ultimi 20 anni, con la crescita esponenziale del peso della Cina (che ora rappresenta circa il 57% della produzione totale), il forte arretramento di Nord America ed Europa e il nuovo rilievo dei Paesi del Golfo.
Secondo i più recenti dati statistici, il numero di smelter attivi nell’UE è sceso del 38% nel periodo 2002-2016, accrescendo ulteriormente la concentrazione del settore a livello europeo. I cambiamenti nello scenario istituzionale a livello globale hanno favorito gli spostamenti geografici della produzione primaria di alluminio grezzo giustificata dall’opportunità di beneficiare dei costi minori in termini di energia, trasformazione delle materie prime e trasporti. Molte compagnie internazionali produttrici di metallo primario hanno quindi effettuato investimenti in nuovi smelter per tagliare i costi di produzione, aumentare la produzione, facendo leva su energia elettrica vincolata e autoprodotta ed espandere la loro presenza nel campo dei prodotti a valore aggiunto della filiera industriale. Così, nel periodo 2000-2017, l’EU ha perso più di un quarto della propria produzione di alluminio primario, e della stessa percentuale si è ridotta la capacità produttiva totale nel solo periodo 2008- 2016.
Paesi come Italia, UK, Paesi Bassi, Polonia e Ungheria hanno drasticamente ridotto o cessato la produzione di primario e solo dieci Paesi UE hanno oggi impianti che producono alluminio in qualsiasi forma (lingotti di metallo puro e prodotti a valore aggiunto, come placche, billette, leghe da fonderia e vergella). Nel 2017, Germania, Francia e Spagna hanno prodotto circa il 60% dell’alluminio primario nell’UE (rispetto al 46% nel 2008). In quell’anno la produzione di primario nell’UE, a causa del processo di disinvestimento da parte delle grandi compagnie produttrici e delle chiusure degli ultimi anni, era circa il 27% del consumo apparente e la capacità produttiva installata era circa il 31% del consumo apparente, quindi con un utilizzo reale degli impianti intorno all’88%.
Per la copertura dei propri fabbisogni l’Unione Europea importa massicci quantitativi di metallo primario, Russia e Norvegia sono i principali paesi esportatori, la Russia copre circa il 40% delle importazioni UE di alluminio non legato, mentre la Norvegia ha una quota di mercato di poco meno del 50% nelle leghe di alluminio. Altri rilevanti Paesi esportatori verso l’UE sono il Mozambico (17%) e l’Islanda (14%) per l’alluminio non legato e gli Emirati Arabi Uniti e la stessa Islanda per le leghe di alluminio.
Gli impianti di primario dell’UE sono in genere caratterizzati da costi di produzione maggiori rispetto a concorrenti con sede in altri Paesi. CRU ha recentemente stimato che i costi medi di produzione legati alla localizzazione, in altre parole i costi necessari per trasformare le materie prime in prodotti finali, sono più alti del 9,7% in Europa rispetto al resto del mondo (Cina esclusa), arrivando quasi a 1.700 euro alla tonnellata. Nel 2017, circa l’80% degli smelter europei si trovava oltre il costo mediano relativo alla localizzazione, e i differenziali nei costi si spiegano principalmente con i maggiori costi del lavoro e delle emissioni di carbonio.
Il sistema dell’alluminio secondario dell’UE
Nel 2017, la produzione di alluminio da rottami nell’UE è stata stimata in 3,2 milioni di tonnellate, inferiore ai livelli pre-crisi (era circa 3,6 milioni di tonnellate nel 2007).
Si consideri che nel 2015, a livello mondiale, la produzione secondaria di alluminio era stimata in circa 27 milioni di tonnellate. Germania e Italia sono i due Paesi dell’Unione con la maggiore quota di produzione (poco meno del 50% di alluminio secondario nel 2017). La bilancia commerciale di scarti e rottami di alluminio dell’UE ha sempre mostrato un surplus nel periodo 2002-2017 e il surplus commerciale è addirittura cresciuto nel corso degli ultimi anni. Principali destinazioni dell’export UE sono India e Cina.

La filiera dell’alluminio downstream nell’UE
Concentrando l’attenzione sui principali prodotti delle prime trasformazioni dell’alluminio e sue leghe (quindi estrusi, laminati e getti di fonderia), la produzione mondiale di questi semilavorati di alluminio è stata nel 2017 di quasi 78 milioni di tonnellate, con un aumento del 33% nel periodo 2012-2017.
L’aumento dei volumi di produzione è stato sostanzialmente simile in tutte e tre le categorie di semilavorati cui si fa riferimento. Nel 2017, gli estrusi hanno rappresentato la quota maggiore della produzione globale di semilavorati con oltre il 38%, seguita dai prodotti laminati (poco meno del 34%). I getti di fonderia hanno registrato comunque la crescita maggiore, con volumi di produzione in aumento del 39% nel periodo 2012-2017. Sebbene sia cresciuta del 18% in termini assoluti nel periodo, la quota di mercato relativa dei Paesi dell’UE nella produzione mondiale di semilavorati si è ridotta progressivamente dal 29% del 2000 al 14% del 2017.
Germania, Italia e Francia sono i maggiori produttori di semilavorati di alluminio nell’EU, rappresentando circa il 60% della produzione totale nel 2017. Guardando agli impieghi, il consumo a livello globale dei tre tipi principali di semilavorati di alluminio è stato trainato in particolare da Cina e Medio Oriente. Il consumo cinese era nel 2017 ben quindici volte maggiore di quello del 2000, rappresentando ormai circa il 47% della domanda globale. La quota di consumo dell’UE si è progressivamente ridotta dal 38% nel 2000 al 15% nel 2017.
Quanto agli usi finali, a livello mondiale nel 2017 i semilavorati realizzati dai segmenti downstream della filiera dell’alluminio sono stati principalmente destinati ai settori dei trasporti (26%), dell’edilizia e delle costruzioni (26%), seguiti dagli imballaggi (15%), dalle applicazioni elettriche (14%), da macchinari e attrezzature (9%) e dai beni di consumo durevoli (5%). Per quanto riguarda l’Europa, quello dei trasporti è il principale settore di utenza finale (42%), seguito da costruzioni (23%) e imballaggio (17%); insieme, questi tre segmenti rappresentano oltre l’80% di tutti i prodotti di alluminio lavorato consumati in Europa nel 2017.

Alcune considerazioni di politica industriale per l’alluminio EU
Il vantaggio competitivo dell’UE nella filiera dell’alluminio indubbiamente risiede nella supremazia tecnologica delle attività a valle. Peraltro, la concorrenzialità dei trasformatori downstream, specialmente PMI, si è gradualmente deteriorata. Nel 2017, la produzione UE di estrusi in alluminio era al di sotto dei livelli del 2000, sebbene la produzione globale sia triplicata nello stesso periodo. Nelle industrie della laminazione e della fonderia getti di alluminio, la produzione è aumentata rispetto al 2000, ma a una velocità molto minore rispetto al dato globale. Ne è risultato che la quota dell’UE a 28 nella produzione globale di semilavorati in alluminio è scesa costantemente, dal 29% del 2000 al 14% del 2017. Nel periodo 2000-2017, l’UE ha costantemente peggiorato la sua bilancia commerciale in tutti i settori. La geografia della produzione è mutata come risultato delle migliori prestazioni ottenute dalle aziende caratterizzate da rapporti di lunga durata, basate sulla prossimità geografica, sulla flessibilità e sulla personalizzazione, con le industrie utilizzatrici finali.
I profondi cambiamenti del sistema economico, politico e sociale a livello globale impongono pertanto di ripensare anche a livello locale EU e nazionale la fisionomia di questo importante segmento dell’industria, occorre monitorare con la massima attenzione le dinamiche della struttura dei mercati finali, come trasporti, edilizia, costruzioni, meccanica, packaging, ma è anche indispensabile tener conto dei concetti di economia circolare e di sostenibilità ambientale che peraltro privilegiano straordinariamente il metallo leggero a fronte degli altri materiali d’impiego industriale. In questa prospettiva riteniamo, pensando in particolare alla realtà che stiamo vivendo, all’importanza della nostra esperienza vissuta come Paese leader nel comparto manifatturiero e in quello delle produzioni ma fondamentalmente delle trasformazioni e degli impieghi finali del metallo leggero, che sia prioritario impegnarsi per ridisegnare l’utilizzo degli strumenti di politica industriale in un’ottica di intera filiera, dal downstream degli impieghi finali per risalire sino fino alle attività a monte, e quindi farsi proponenti di nuove iniziative di politica commerciale, energetica, per la competitività e per una vera innovazione.
E’ chiaro che il quadro è molto complesso, serve una strategia d’insieme ma serve anche un punto di attacco che offra la certezza del percorso da affrontare e il dato oggettivo di una soluzione a portata di mano e praticabile.
Ci riferiamo in particolare all’annosa questione dell’accesso alla materia prima alluminio primario, sfortunatamente per l’imprenditoria del downstream dell’alluminio in EU trasformatrice e utilizzatrice finale, la lobby dei produttori ha sinora prevalso sulle necessità di sviluppo dell’intera filiera, perché il compito di supportate l’industria dell’alluminio nell’UE è stato lasciato in passato soprattutto alla politica commerciale, che a vantaggio delle grandi multinazionali produttrici di primario si è cristallizzata sull’adozione di un sistema di dazi per l’alluminio greggio giustificato prevalentemente con l’opportunità di mantenere la presenza di questo segmento nell’UE. In effetti, sebbene sia difficile isolare gli effetti relativi dei diversi fattori, il dazio sulle importazioni in EU di alluminio primario ha contribuito a risultati che sono ben lontani da quanto la Commissione Europea si aspettasse: da un lato, l’imposizione di una tariffa sul metallo grezzo non ha minimamente contribuito a mantenere la presenza di questo segmento produttivo nell’UE poiché dal 2008, come abbiamo visto, la produzione di primario è diminuita del 30%, il numero di smelter attivi è diminuito del 38% nel periodo 2001-2016, si sono persi oltre 11.300 posti di lavoro nel periodo 2002-2015 nell’upstream, includendo anche l’allumina. Ben più gravi sono poi gli effetti diretti negativi del dazio, perché il dazio sull’import di metallo grezzo ha generato ovviamente oneri aggiuntivi per le aziende del downstream che si sono dovute approvvigionare di metallo a costi maggiori, assieme alla concorrenza esercitata sia internamente da produttori europei verticalmente integrati, sia esternamente da produttori di Paesi terzi (in particolare dalla Cina), erodendone progressivamente la competitività. In sostanza, una politica industriale efficace per l’industria dell’alluminio deve tener conto degli interessi dell’intera filiera a partire dalle produzioni di materia prima a monte fino alle industrie utilizzatrici finali, tenendo conto delle interazioni fra le misure nelle diverse aree, come l’energia, l’accesso alle materie prime, le normative commerciali, la ricerca, e la sostenibilità ambientale. Mentre il potenziale innovativo nei segmenti upstream è prevalentemente collegato a miglioramenti nell’efficienza energetica, le aziende del downstream, storicamente note per essere motore di creatività, creazione di posti di lavoro, crescita e inclusività, e chiave di volta per sostenere in posizione competitiva molte filiere strategiche a valle, quali l’automotive, l’aerospaziale, l’imballaggio, le costruzioni, l’elettrotecnica, le infrastrutture, debbono essere finalmente liberate dal peso improprio del dazio.
In conclusione, la corsa alla chiusura degli smelter in Europa e i dazi all’import di metallo grezzo debbono essere due importanti campanelli di allarme per la commissione EU, Brussels deve mettere in atto tutti i necessari provvedimenti per salvaguardare il downstream dell’alluminio, un comparto industriale di valenza strategica, e il primo passo deve essere la definitiva abolizione dei dazi sul grezzo e definire nuove regole per l’accesso alla materia prima. Come dimostrato infatti dagli studi che vanno avanti con continuità da oltre 5 anni condotti per conto di Face dall’Università LUISS di Roma, il dazio EU sull’alluminio grezzo è una misura fuori dal tempo che aumenta artificialmente i costi dell’impiego dell’alluminio in EU per oltre un miliardo di euro l’anno, senza alcun beneficio per la protezione dell’upstream.

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